Chateau de Malvoisie

D’Artagnan

Il protagonista del ciclo dei moschettieri è uno dei pochi, tra i personaggi che affollano quest’opera, a mantenere sempre o quasi sempre il suo vero nome. L’unica copertura che gli si conosca è quella da lui assunta nel corso del terzo libro, Il visconte di Bragelonne, per recarsi in Bretagna ad investigare sullo stato delle fortificazioni di Belle-Isle. In questa occasione, prende lo pseudonimo di Monsieur Agnan.
All’inizio dei Tre Moschettieri (che si apre il primo lunedì d’aprile del 1625) d’Artagnan viene descritto come “un Don Chisciotte di diciott’anni”. Il personaggio dumasiano sarebbe dunque nato pressappoco nel 1607.

Per tracciare rapidamente il suo ritratto immagineremo un don Chisciotte di diciotto anni, senza armatura senza elmo e senza cosciali, vestito con un farsetto di lana di un originario colore turchino stinto ormai in una sfumatura indefinibile tra il color mosto e il color celestino. Il viso del giovane, dagli zigomi rilevati che indicavano astuzia, era lungo e bruno; le mascelle robuste avrebbero rivelato in lui il guascone sebbene non portasse il tipico berretto del suo paese (ne portava uno ornato con una sorta di piuma); l’occhio era aperto e intelligente, il naso aquilino disegnato con finezza. Troppo alto per un adolescente, era troppo piccolo per un uomo adulto; avrebbe potuto sembrare il figlio di un fattore in viaggio senza la lunga spada che, appesa ad una striscia di pelle, gli batteva sui polpacci quando andava a piedi e batteva sul pelo irto della sua cavalcatura quando andava a cavallo. [I Tre Moschettieri, cap. I, trad. it. di Maria Bellonci, Giunti 1997]

Il lettore che si accinga alla lettura dei Tre Moschettieri e dei libri a seguire, troverà che, nonostante l’incredibile quantità di personaggi che la storia offre, il vero protagonista è e rimane sempre indiscutibilmente d’Artagnan.
Con il suo ingegno, la sua inventiva, la sua prontezza di riflessi, d’Artagnan è davvero il fulcro e il motore dell’azione; d’Artagnan incendia gli animi, porta a compimento i progetti. D’Artagnan è la scintilla, come osserva Pierre Tranouez:

In un certo senso, I Tre Moschettieri racconta l’integrazione di d’Artagnan nell’ordine dei tre, cioè la sua generazione da parte dei tre; ma anche la generazione di un nuovo ordine da parte dei tre per opera di d’Artagnan, che li fa rinascere, diversi e sempre identici, attraverso nuove avventure. Più precisamente, interpreterei il nucleo iniziale Athos-Porthos-Aramis come un insieme complementare ma immobile. Porthos ha la forza, ma non la luce che lo orienti; Aramis ha la forza e i lumi dello spirito, ma non la luce morale che lo guidi: un’impresa elimina l’altra, a condizione che ci sia un pennacchio da dispiegare compiendola; Athos ha la forza del corpo, la luce dello spirito, e una vera altezza di giudizio, ma una ferita nel cuore lo ha riempito di stanchezza: il riposo della terra lo ha preso prima del tempo. A questa falange mancano lo sprone, il movimento e la vibrazione divina, cosicché essa si esaurisce in una vuota pienezza di monade e nelle scaramucce senza importanza contro gli uomini del cardinale. All’inizio dei Tre moschettieri, per di più, Athos, l’anima del gruppo, è ferito. Il prode d’Artagnan, che si presenta sulla scena allora e che ha, in potenza, le virtù di tutti (si appresta a manifestarle duellando con ciascuno dei tre), fa scoccare la scintilla che rende la vita a questo mondo: così, il nuovo venuto prende in mano l’affare dei puntali e a lui si agglutinano gli altri tre, restituiti a loro stessi e alla gloria. I tre erano un astro immobile; i quattro – cioè i tre fecondati da uno che feconda la virtù dei tre – sono una meteora.

Una meteora che descrive un percorso straordinario, costellato di personaggi grandiosi e di imprese eroiche: l’episodio del bastone di San Gervasio è esemplificativo della leggenda che il gruppo dei tre, ora quattro, crea attorno a sé. Di questa leggenda è artefice d’Artagnan, il guascone che ha la capacità di sovvertire regnanti e nazioni; degli altri tre uomini che la costituiscono, Porthos lo ammira, Athos lo ama come un figlio, Aramis lo teme.
La straordinarietà del personaggio di d’Artagnan sta nel suo genio, nella sua prontezza sovrumana. D’Artagnan non è mai colto di sorpresa: la sua abilità è inimitabile, la sua capacità d’osservazione temibile. Non c’è fatica che lo abbatta, né della mente né dello spirito: in combattimento, d’Artagnan vale da solo dieci uomini; nel luogo dove si progetta un complotto, la sua sola apparizione è segnale di pericolo.
Non a caso il libro si muove intorno a lui: lo segue quasi fedelmente, come fosse modellato dalle sue azioni, e non lo lascia mai del tutto, indipendentemente dall’importanza crescente o calante dei comprimari. Inizia con la sua apparizione, nel borgo di Meung, quel giorno d’aprile del 1625, e con lui si concluderà, molti anni e molte pagine dopo.

Ciò che può essere detto riguardo alla valenza di stereotipo di alcuni tra i personaggi di Dumas non trova riscontro in d’Artagnan. Questo personaggio più di tutti è un’invenzione originale e fresca, solo lontanamente collegato alla figura storica d’ispirazione; e, se il giovane provinciale e spaccone che ci viene presentato nelle prime pagine dei Tre Moschettieri possiede molti aspetti ingenui ed estremistici, il luogotenente dei moschettieri che ci viene presentato in Vent’anni dopo e nel Visconte di Bragelonne è un uomo ben diverso, partecipe della stessa vivacità, dotato dello stesso brio, ma stemperato – non abbattuto – dall’ingratitudine della corte, dalla sua singolare solitudine, in parte dalla sua stessa grandezza.

Coinvolto quasi suo malgrado nell’intrigo dei puntali di diamante, d’Artagnan sembra cavarsela solo alla meno peggio, il più delle volte rocambolescamente. Egli, da poco giunto a Parigi e divenuto una guardia di Monsieur des Essarts come gavetta verso la compagnia di Monsieur de Tréville, non sa nulla di intrighi di corte; in più, i personaggi con i quali deve confrontarsi – il re, la regina, Richelieu, la stessa Milady – appaiono troppo grandi per il giovane guascone, che più di una volta ha da ringraziare, per la propria sopravvivenza, nient’altro che la fortuna.
Proseguendo con il racconto, tuttavia, il lettore imparerà che è proprio questo il gusto del primo libro, e del relativo d’Artagnan: la sconsideratezza, la fortuna, la spavalderia che diventeranno mito e vanto per il d’Artagnan coriaceo di Vent’anni dopo. Nel corso di un solo volume, la giovane guardia conquista l’amicizia dei moschettieri Athos, Porthos e Aramis; per amore della dolce Constance Bonacieux, fedele servitrice della regina, attraversa la Francia e la Manica, ritornando trionfante dall’Inghilterra con i diamanti del re; si oppone dichiaratamente a Richelieu, e alla coppia malefica costituita da Rochefort e Milady, sopravvivendo a entrambi; ottiene, infine, il brevetto di capitano, la stima del suo avversario, la riconoscenza della regina.
Il clima della fine dei Tre Moschettieri è positivo e porta con sé molte promesse, nonostante il sapore agrodolce della separazione dagli amici.
Da questo momento in poi, per ognuno dei quattro, gli antichi compagni diverranno avversari, talvolta complici, in un eterno cercarsi, rincorrersi, evitarsi nel tentativo di tornare quelli di un tempo.
La Fronda vedrà d’Artagnan, fedele al governo di Mazzarino, opporsi insieme a Porthos ai cospiratori Athos ed Aramis, l’uno troppo nobile per sottomettersi all’italiano, l’altro troppo intrigante. D’Artagnan tenterà di salvare Carlo I dall’impiccagione, salverà la famiglia reale francese dai tumulti del popolo, combatterà la minaccia del figlio di Milady, sarà sequestrato e poi sequestratore di Mazzarino, in tutto questo riuscendo a ricavare per sé e per i proprio compagni un rifugio, una nicchia rispetto al mondo esterno, quasi un brandello di immortalità nel bel mezzo di un vorticoso periodo storico che sembra rispecchiarne ogni altro, carico com’è di ogni passione, ogni impresa, ogni rischio ed ogni sfida.
Passarvi attraverso, quasi del tutto incolumi, è il merito della meteora dei moschettieri. E la meteora non si smentisce nel Visconte di Bragelonne, il più epico dei tre romanzi: coinvolto nell’avventurosa restaurazione di Carlo II e negli intrighi della corte del giovane Luigi XIV, d’Artagnan si trova stavolta a rincorrere lo sfuggente Aramis, in un duello ad armi pari tra vecchi amici, i quali hanno ora tra le mani il destino di una nazione e di un continente intero.
Il respiro dell’azione si amplia, i personaggi divengono imponenti, statuari: così d’Artagnan appare eroico nei gesti e nei pensieri, senza perdere il suo spessore umano – l’umorismo, la naturalezza – in un connubio che solo la penna di Dumas sa rendere vivo e reale; d’Artagnan ed Aramis, divenuti rivali, non cessano mai di essere amici, né d’Artagnan dimentica il nobile Athos, o l’amato Porthos, nonostante ci sia molto ora a dividerli.
La dimensione del personaggio si estrinseca anche nella sua personalissima presa di coscienza, nel suono aspro e tuttavia immortale delle parole che il servitore deluso rivolge al suo re; nella consapevolezza della fine di un’era, e nei nomi degli amici che, ultimi, escono dalle sue labbra sul campo di battaglia di Maastricht, dove il più famoso dei moschettieri – storico e letterario – trova la morte.



Le apparizioni di d’Artagnan nei tre romanzi

I Tre Moschettieri: Capitoli da 1 a 11; da 18 a 31; da 33 a 42; da 46 a 48; capitolo 51; capitolo 60; da 63 a 67; Epilogo

Vent’anni dopo: Prossimamente in arrivo!

Il Visconte di Bragelonne: Prossimamente in arrivo!

Gli attori che l’hanno incarnato sullo schermo

L’elenco procede in ordine cronologico ed è in continua crescita. Inoltre, poiché la stragrande maggioranza dei film concernenti il ciclo dei moschettieri si intitola, appunto, I Tre Moschettieri, per ragioni di brevità si indicano solo i titoli dei film differenti da questo.



Bibliografia





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